Lo psicologo degli esports Daniele Stizza in questa seconda parte dell’intervista spiega com’è il passaggio dal settore amatoriale al professionismo per i giovani, le tecniche da adottare per non farsi sopraffare dal burnout e l’approccio che ha con i genitori.
Il mondo degli esports sta crescendo sempre di più anche in Italia, con molti giovanissimi che si stanno affacciando per la prima volta in questo settore. Se le premesse sembrano allettanti, ci sono però molte insidie: come il rischio del burnout o il non riuscire a gestire le proprie emozioni e gli obiettivi quando si gioca. Daniele Stizza, psicologo dell’esports, spiega come si può riuscire ad emergere in questo settore in giovane età e quanto sono importanti le famiglie in questo passaggio.
Ci sono sempre più giovani che passano velocemente dalle sfide amatoriali a quelle competitive. È un approccio corretto?
Il punto fondamentale è avere la giusta attitudine mentale e una routine strutturata. Un giocatore o una giocatrice di esports professionista dedica molto tempo e disciplina alla sua attività: può allenarsi per 8 ore al giorno, suddivise in 4 ore di pratica tecnica e 2 ore di allenamento fisico, oltre ad altri momenti dedicati alla preparazione. Quindi se vuoi diventare professionista, non puoi più limitarti a giocare 2-3 ore con gli amici per vincere qualche torneo amatoriale.

Serve un approccio diverso: organizzare la giornata in modo costante, conciliando studio o altri impegni e allenamenti quotidiani ben definiti. È proprio questa cadenza costante che ti fa entrare nel mondo del professionismo. Con questo approccio cambia anche l’atteggiamento mentale. Quindi no, passare subito dalle sfide amatoriali a quelle competitive non è l’approccio più corretto. Non basta la volontà, serve un percorso con una mentalità professionale e una routine ben definita. Altrimenti, chi non segue questo percorso rischia di non emergere e può dedicarsi ad altre professioni legate al gaming, come lo streaming, che però sono differenti dagli esports competitivi.
Ci sono degli streamer che fanno esports?
Sì certo, ma l’attitudine richiesta è differente. Molti e molte ex pro player, che hanno avuto una carriera competitiva di alto livello, ora sono streamer di grande successo. Hanno vissuto l’esperienza del professionismo e poi sono passati allo streaming. Tuttavia, se ti dedichi solo a quello, non entri automaticamente nel mondo competitivo degli esports, con tornei e competizioni: sono due professioni diverse. La pressione mentale che si vive da streamer e quella che si affronta da pro player sono differenti. Entrambi hanno momenti di forte pressione, ma in contesti diversi, e bisogna saper riconoscere e contestualizzare queste differenze.
Qual è il tuo approccio psicologico nell’accompagnare player giovani?
Nel mio approccio al lavoro, preferisco sempre lavorare con player maggiorenni, perché credo sia importante che siano loro a decidere consapevolmente del proprio percorso. Essendo psicologo, mi occupo non solo della performance, ma anche dell’educazione e del benessere dei ragazzi e delle ragazze. Quindi aiutandoli a riflettere su aspetti come lo studio, il lavoro futuro e a consolidare il loro sogno senza dimenticare gli altri aspetti della vita.
Non mi limito, infatti, a parlare solo con i ragazzi, ma anche con i loro genitori o famiglie: spesso hanno un’idea distorta di cosa siano gli esports e pensano che sia semplicemente giocare alla PlayStation per ore. Per questo partiamo da un passo precedente, che è educare i genitori su cosa siano realmente gli esports. È fondamentale includerli in questo processo, perché se vedono che si tratta di una vera carriera lavorativa, magari non cambiano idea subito, ma cominciano a dubitare delle loro convinzioni.
Quali esercizi o tecniche di mental coaching consigli più spesso?
Una delle tematiche che affronto più spesso con chi gioca è la gestione delle emozioni. Mi capita di lavorare con molti e molte player che hanno difficoltà a gestirle durante il gioco e la prima cosa che sottolineo sempre è che le emozioni non si possono controllare, ma solo gestire e consolidare. La psicologia dello sport ci insegna che alcune emozioni possono essere utili a certe persone, mentre ad altre no. Quindi saper riconoscere e gestire le proprie emozioni è una chiave per migliorare la performance.
Prendiamo ad esempio la rabbia: spesso fa paura, invece se è consapevolmente gestita può diventare una risorsa potentissima. Capire qual è quell’emozione che ti attiva di più, in che modo lo fa e perché, ti permette di giocare meglio. Poi c’è la respirazione, che spesso sottovalutano. Molti giocatori e giocatrici, quando chiedo come respirano nei momenti più concitati, mi rispondono semplicemente «Sto respirando», ma in realtà non si rendono conto di come lo fanno davvero. A volte trattengono il respiro, ma questo influisce negativamente sul focus e sulle prestazioni. Quindi lavoro con tecniche anche prese dallo yoga, insegnando loro a respirare consapevolmente, a gestire il proprio respiro durante la partita.
Infine, tutto questo si lega molto con il lavoro sugli obiettivi: stabilire dei traguardi chiari e avere una routine strutturata aiuta a mantenere la motivazione e a focalizzarsi su ciò che è importante senza disperdersi.

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Come vedi l’evoluzione del supporto psicologico nel settore degli esport nei prossimi anni?
Il mio sogno è che tutti i team sportivi abbiano una figura psicologica dedicata, non perché debbano entrarci tutti, ma perché il nostro lavoro può davvero aiutare chi gioca a gestire meglio la performance e a vivere in modo ottimale le sessioni di allenamento e competizione. Al momento, però, la realtà è legata al mercato: molti team mi dicono che, per motivi economici, non possono ancora permettersi uno psicologo o una psicologa in squadra e devono concentrarsi solo sui player.
L’aspetto positivo è che la ricerca in questo campo è molto attiva: ci sono molti colleghi e colleghe che fanno studi e corsi, sia in Italia che all’estero, e si sta costruendo un grande patrimonio di conoscenze sulla psicologia applicata allo sport e agli esports. Perciò, il futuro mi sembra roseo, anche se molto dipenderà dagli investimenti economici che si riusciranno a fare.
Quali buone pratiche si possono adottare fin da giovani per costruire un approccio sano e sostenibile al gaming competitivo?
Una delle pratiche principali è non abbandonare mai la realtà al di fuori degli esports. È fondamentale che entrambe le dimensioni convivano: come dico sempre, sport tradizionali ed esports possono e devono convivere. Poi anche saper creare una routine e mantenere degli obiettivi chiari, anche in termini di tempo dedicato. Per esempio, la mattina è dedicata a scuola e studio, poi si possono praticare sport come calcio, tennis o basket, e infine si possono dedicare un paio d’ore al gaming con gli amici, sempre rispettando i limiti che ci si è dati.
Inoltre, serve una mentalità flessibile, quasi da professionista. Se cerchi online le routine dei pro player, vedrai che dopo le ore di performance dedicate al gioco, è importante staccare completamente. Non si parla più di esports per il resto della giornata: si esce, si socializza, si fa altro. Questo distacco aiuta a mantenere un sano equilibrio mentale e a prevenire il burnout.
