Psicologo dello sport con una laurea in Neuroscienze, oltre ad essere un preparatore in ambito esports, Daniele Stizza ci spiega cosa c’è dietro il mondo del gioco competitivo dal punto di vista mentale, con alcuni consigli su come gestire emozioni e mente prima, durante e dopo una partita.
Per un player di esport la concentrazione è tutto. Ma questa potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio in quanto può passare in fretta a frustrazione e rabbia. Come cercare quindi di restare concentrati e consapevoli quando si gioca? Daniele Stizza, psicologo dello sport con sede a Roma specializzato negli esports, ci svela come gestire le emozioni durante una partita competitiva o amatoriale.
Qual è stato il suo percorso professionale e come è arrivato a specializzarsi nella psicologia dello sport applicata agli esports?
Ho fatto un percorso all’università di laurea triennale e specialistica in neuroscienze. Sentivo però che non era il mio destino: ho sempre praticato sport da quando avevo sei anni, come il calcio a 5, e ho anche allenato, insomma ho vissuto il campo e alcune situazioni ed emozioni che vivono gli sportivi. Quindi ho fatto una tesi in psicologia dello sport e da lì poi ho iniziato il mio percorso lavorativo e di professione di formazione nell’ambito sportivo. Ho poi collaborato con la Figc (Federazione Italiana Giuoco Calcio) e diverse realtà calcistiche romane con il compito di aiutare i tecnici a ottimizzare le loro performance comunicative nel sapere gestire il gruppo per la parte psicologica. Ma come ho una passione per lo sport, ne ho una anche per il mondo videoludico. E confrontandomi con gli altri colleghi mi sono reso conto che i player professionisti del settore degli esports condividono le stesse abilità mentali degli atleti.

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Quindi mi sono detto: «Ma quello che faccio nello sport fisico, perché non posso riportarlo anche agli atleti esportivi?» E quindi eccomi qua, da psicologo degli esports, che ovviamente è un titolo che mi sono dato perché, come lo psicologo dello sport, non abbiamo una categoria precisa. È una specializzazione.
Vede delle similitudini tra il mondo dello sport e quello degli esports?
A livello di approccio e strategie che insegno ai player sì, sono molto simili a quello che insegno agli atleti canonici. La differenza la fa il contesto. Perché non ci nascondiamo: sport e esport sono la stessa cosa? Ovviamente no. Ma le strategie che insegno, come gestire la pressione, il self-talk, la gestione delle emozioni, le utilizzo per entrambe le attività. Cambia solo il contesto.
Quali strategie possono adottare i gamer e le gamer per gestire la pressione prima, durante e dopo tornei e competizioni importanti?
Prima di strategie, come possono essere la respirazione per aiutare a gestire una situazione stressante sul momento, faccio un passo sempre indietro per prepararci ad arrivare nel miglior modo possibile all’evento. Il consiglio che do sempre è pianificare obiettivi e aspettative realistiche. Per esempio: se io adesso a 38 anni mi dedico a giocare a Marvel Rivals e dico «adesso mi iscrivo e voglio vincere il torneo» e fallisco, poi rischio che non giocherò mai più. Perché l’aspettativa è talmente alta che l’impatto emotivo mi sarà devastante.
La carriera di un pro player può durare pochissimo, basta un attimo e crolla tutto
Pianificare obiettivi chiari e realistici prima di entrare a un torneo o a un evento: è questo che ti aiuta a gestire la pressione in maniera ottimale. Il primissimo step nell’ambito di preparazione mentale negli esports, ma non solo, è sviluppare consapevolezza.
Esistono segnali specifici che indicano che si sta affrontando un livello di stress eccessivo?
Mente e corpo sono estremamente collegati. Delle volte ci si chiede cosa si attiva prima dei due e c’è una differenza di millesimi di secondo. Ma se per esempio mi sudano le mani, il respiro è affannoso, mi sento il corpo caldo, vedo che i miei gesti sono ultra istintivi o ho contrazioni muscolari, allora significa che il corpo sta andando in tensione. Detto in termini neuroscientifici, si sta attivando un ramo del nostro sistema nervoso – il cosiddetto simpatico – che attiva le reazioni di “attacco e fuga”. E una prevalenza del simpatico non ti porta a vivere bene e in maniera sana la situazione. Bisogna saper bilanciare tra i rami simpatici e parasimpatici, che quest’ultimo invece rilassa. Quindi, se io mi sento pesante e sudo quando gioco, allora c’è qualcosa che non va.
E in questi casi è necessario fermarsi?
Ci sono player che giocano bene se stanno ultra attivati e player che performano se sono tranquilli. Se non sai quale dei due player sei, se non hai fatto lo step di consapevolezza prima e questa situazione stressante ti crea problemi, allora ci si deve fermare e cominciare a applicare tecniche per rilassarti e attivare il ramo parasimpatico.

Daniele Stizza
Il burnout è un problema molto discusso nel mondo degli esport. Quali sono le principali cause di questo fenomeno?
Il burnout dipende da tanti aspetti. La carriera di un pro player può durare pochissimo, basta un attimo e crolla tutto. E da questo può nascere un’insofferenza cronica dovuta al fatto che il mio sogno era sempre fare il pro player e adesso non posso più farlo. Io dico sempre ai player aspiranti di non mollare assolutamente altre carriere: studio, università, lavoro, non si molla nulla, assolutamente. All’estero se vieni preso da alcune squadre come G2 e Fnatic sei un/una professionista, hai un contratto con tanto di ferie e altro, ma in Italia gli esports sono ancora “una passione retribuita”, quindi non bisogna mai mollare tutto quello che si è fatto prima. Questo può aiutare a prevenire il burnout, perché poi non ti percepisci come un fallimento se non riesci a sfondare nel mondo esport. È una realtà che cambia sempre e non si può controllare, ma possiamo invece controllare noi stessi.
