Filippo Speziali: «L’ultimo livello da superare è il controllo della mente»

di Simone Pes
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Partecipare a un torneo esports sotto l’egida della Federazione Italiana Pallacanestro e in collaborazione con la FIBA significa rappresentare il proprio Paese in una nuova dimensione competitiva. Ma cosa cambia davvero rispetto agli sport tradizionali? E cosa significa farlo da giocatore della Nazionale? Ce lo spiega Filippo Speziali.

NBA 2k è una serie di videogiochi di simulazione cestistica che riproduce il basket NBA in modo realistico, sia dal punto di vista tecnico che competitivo. La sua componente competitiva verte sulla creazione di un PG (Personaggio Giocabile) personalizzato per poter partecipare a modalità esport strutturate e divise in tornei 3v3 e 5v5.

Filippo Speziali, punto di riferimento della scena e della nazionale italiana, ricopre il ruolo di ala piccola ed è pluricampione italiano: ha conquistato otto titoli nazionali, oltre a importanti successi nelle competizioni dal vivo e nei tornei 3v3 e 5v5. A livello internazionale ha ottenuto anche diversi titoli europei, contribuendo alla crescita e alla visibilità della scena esportiva italiana fuori dai confini nazionali. La sua esperienza competitiva e i risultati raggiunti lo rendono oggi uno dei principali attori del panorama europeo.

Ti senti più esport player o atleta?

Io non farei una distinzione tra esport player e atleta ma unirei le due parole, ovvero atleta esport, perché nell’effettivo il lavoro mentale che devi fare per non sopraggiungere alla pressione, ad essere pronto, ad essere freddo nei momenti clutch è lo stesso identico di un atleta professionista di uno sport nella vita reale. Cambia solo la modalità di preparazione e di allenamento, essendo che nell’atleta professionista devi allenarti fisicamente, quindi devi allenare il tuo corpo tantissimo in palestra e in campo, mentre l’atleta esport deve allenare ovviamente la coordinazione mano-occhio e al contempo deve capire il gioco e deve rimanere sempre sul pezzo. Secondo me la differenza maggiore è che l’atleta può compensare delle lacune mentali con la prestanza fisica completa, mentre l’atleta degli esport arriverà a un punto in cui la testa deve essere la parte più forte rispetto alle abilità manuali. Questo ovviamente porta tutto il carico dell’allenamento sulla mente e sulla preparazione di essa.

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Come ti prepari per una competizione?

Prendendo come esempio la competizione FIBA: personalmente vado full focus lock in, quindi quando arriva il periodo delle qualificazioni per le FIBA cerco di estraniarmi da tutto il resto che può esserci intorno a me nella vita reale. Ovviamente è molto difficile e non ci sto riuscendo ancora completamente, però l’obiettivo è quello di isolarsi completamente e pensare solo ed esclusivamente ad avere tutto pronto per dare il meglio di sé durante la competizione.

Ovviamente il lavoro non è più unicamente sulla skill manuale, ma diventa un lavoro di studio vero e proprio dell’avversario, le lacune, i punti di forza, sia degli avversari sia nostri, perché bisogna ammettere anche le proprie lacune, cercare di nasconderle, non mostrarle per rendersi meno vulnerabili all’avversario.

C’è davvero un legame con il basket reale?

Il legame tra basket reale e basket videoludico c’è perché intanto la passione per il basket parte da quello reale, poi arriva quella del gioco, almeno personalmente è stato così. Ho sempre giocato a basket, sempre seguito il basket, maggiormente l’NBA, e interfacciandomi con NBA 2K ho scoperto anche il basket nazionale, quindi Serie A, eccetera. Ho avuto la possibilità di interfacciarmi con svariate società di Serie A come Olimpia Milano e Napoli Basket, e tra l’altro con Olimpia Milano e TwentyStars (il club italiano per cui gioca) siamo riusciti a vincere tutti e tre i tornei in presenza nel 2025 che sono stati fatti a Torino.

Come vivi la scena competitiva di NBA 2k?

Proprio come se fosse un lavoro, anche se al momento non lo è. Però comunque ci metto un sacco di impegno, cerco di mettere tutto me stesso sia durante le partite sia fuori dal campo virtuale cosa che comporta un sacco di sacrifici sia a livello di energie fisiche che mentali. Una parte importante della routine comprende la visione di VOD – Video On Demand – personali e sugli avversari per poter preparare i match-up. Al contempo, buona parte del tempo viene speso nel costruire diverse build – costruizione del proprio giocatore con carattersitiche ben precise – che permettono versatilità durante le serie.

Nonostante le difficoltà dell’ultimo anno, tutto sommato, sono felice di aver fatto questa scelta nel 2020, anno in cui ho intrapreso questo percorso, dato che sono riuscito a conoscere un sacco di persone che reputo amici oltre che compagni e a vivere un sacco di esperienze che non avrei mai potuto vivere altrimenti.

 

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Cosa significa per te rappresentare l’Italia e come descriveresti la tua carriera fino ad ora?

Rappresentare l’Italia per me è un sogno che diventa realtà: faccio parte di questo progetto da cinque anni ormai e sono felice che la federazione abbia creduto in me e nei miei compagni. Ovviamente questa posizione porta un sacco di responsabilità, perché si è sottoposti a regimi di allenamento intensi.

Purtroppo quest’anno non è andata come volevamo perché non siamo neanche riusciti a qualificarci ai play-off del torneo FIBA, quando c’erano tutti i presupposti. Questa sconfitta ovviamente fa male, tuttavia la forza e la serietà del giocatore stanno nel rialzarsi e ripartire da dove si è lasciato. Descriverei infatti la mia carriera come altalenante.

Qual è stata la difficoltà più grande che hai incontrato durante i tuoi anni da proplayer?

La difficoltà più grande che ho incontrato durante la mia carriera, tra l’altro recente, è maturare e realizzare che prima o poi bisogna avere un faccia a faccia con la propria testa per riuscire ad averne il controllo completo durante le partite. Quindi quello è uno scoglio che ancora devo superare al 100%, però ci sto lavorando perché è l’ultimo scalino che mi manca per essere completo.

Alla fine in tutte le competizioni vince chi ha la testa migliore, è più conscio delle scelte che fa durante la partita, è più freddo, è più consapevole delle potenzialità sia della squadra dove gioca, sia dell’avversario e ha una gestione delle emozioni che è al di fuori dell’umano, che si avvicina veramente a quella di un robot e quello è l’obiettivo.

Qual è il tuo obiettivo da raggiungere prima di ritirarti?

Il mio obiettivo prima di ritirarmi è riuscire ad arrivare tra le migliori due d’Europa al torneo FIBA e quindi andare a giocarmi i mondiali rappresentando l’Italia. Un altro è sicuramente di essere insieme ai miei compagni più esperti i punti di riferimento per le nuove leve, che è il sogno nel cassetto.

Pensi che gli esports entreranno stabilmente nel mondo del basket?

Io penso e spero che questo accada, perché ci sono molte persone che ci credono. Ci sono degli organizzatori dei maggiori tornei amatoriali in Europa che vogliono fare il passo successivo, vogliono qualcosa di ufficiale. C’è bisogno che qualcuno creda nel progetto per dare la possibilità alle persone di realizzare il proprio sogno e di far diventare questo “hobby” un effettivo lavoro, e quindi poter dare veramente se stessi al 200%, perché finché non è retribuito, rimane un “hobby”.

Quindi bisogna ovviamente mantenersi durante la propria vita, bisogna trovare un lavoro e dedicargli il tempo necessario. Questo comporta tutta una serie di pensieri extra campo, extra gioco che non dovrebbero, ma spesso influenzano la parte mentale e le prestazioni durante le partite. Quindi io spero vivamente che questo accadrà. Lo step up ci deve essere, noi ne abbiamo bisogno. Il basket sta continuando a evolversi e prima o poi arriverà un punto in cui ci sarà questa unione.

 

Simone xxxx

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