Jacopo Piccinelli: «Stratos scommette sui videogiochi indipendenti»

di Giorgio Pirani
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Stratos è una piattaforma di raccolta capitale dedicata esclusivamente al gaming. Una startup italiana che punta a cambiare le regole del gioco e che punta a creare una connessione fra chi sviluppa giochi indie e player appassionati.

 

Il mercato del gaming in Italia non raggiunge ancora numeri come quelli di altri mercati europei o mondiali, ma da qualche tempo è in grande espansione. In questo scenario, si inserisce Stratos, una startup italiana che intende investire in giochi indipendenti, spesso poco considerati ma dove possono nascondersi titoli di grande successo. Ne abbiamo parlato con Jacopo PiccinelliChief Technology Officer (CTO) e founder di Stratos Gaming.

Come è nata l’idea di Stratos Gaming e quando avete capito che era il momento giusto per lanciare questa iniziativa?

L’idea di Stratos è nata da una necessità: quella di alcuni studenti e videogiocatori che desideravano un mercato migliore in cui poter lavorare e investire nei prodotti. Studiavamo in un’università specializzata nel settore dei videogiochi e, durante il percorso accademico, ci siamo accorti delle enormi potenzialità di questo mondo, soprattutto dopo il Covid, quando i numeri del settore erano in forte crescita.

Avvicinandoci alla laurea, però, ci siamo resi conto delle grandi difficoltà: posti di lavoro persi, aziende in crisi e, in generale, un settore in trasformazione. Analizzando la situazione, abbiamo notato che i grandi publisher erano in forte difficoltà e che le reali opportunità si stavano spostando verso il mondo indie, dove la domanda è enorme e il margine di crescita notevole».

Quali difficoltà avete incontrato nella trasformazione dell’idea in una piattaforma operativa?

Le difficoltà sono state tante. Il primo ostacolo è stato legale, perché il nostro modello di business non è regolamentato in Europa. Il concetto di crowdfunding revenue share esiste, ma non è normato chiaramente. Noi non vogliamo vendere parti di un’azienda, ma quote di un prodotto, e questo non rientra nei modelli tradizionali. Dopo molte consulenze legali, siamo arrivati alla soluzione del “club system”: le persone manifestano l’interesse per un progetto sulla nostra piattaforma e poi vengono indirizzati verso una piattaforma partner di crowdfunding, che ha tutte le autorizzazioni necessarie.

Quindi qual è la differenza principale tra Stratos e le piattaforme di crowdfunding come Kickstarter?

La differenza è che su Kickstarter o piattaforme simili, chi invia soldi riceve una ricompensa proporzionata alla somma investita, come un gadget o una copia del gioco. 

 

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Nel nostro caso, invece, si tratta di un vero e proprio investimento: chi partecipa ha la possibilità di guadagnare direttamente dalle entrate generate dal videogioco. È un concetto simile all’acquisto di azioni, ma applicato ai singoli prodotti. Il settore indie richiede investimenti contenuti – parliamo di migliaia di euro – ma con un potenziale ritorno molto elevato, paragonabile a quello dei giochi tripla A (videogiochi prodotti e distribuiti da un editore di medie o grandi dimensioni).

Ci sono già progetti attivi su Stratos?

Sì, il primo gioco disponibile si chiama “Motoscafo”. È un titolo indie sviluppato da uno studio romano. Ha uno stile grafico che ricorda serie animate come “Rick and Morty” o “Bojack Horseman”, ma con dinamiche di gioco tipiche di un top-down shooter 2D (gioco in cui chi gioca vede il mondo da una prospettiva aerea). È un prodotto particolare, difficile da collocare nel mercato tradizionale dei publisher, ed è proprio questo tipo di gioco che trova spazio grazie a Stratos.

Quali obiettivi vi siete posti per i prossimi anni?

Vogliamo espanderci internazionalmente sia in termini di community sia di partnership con studi e artisti. Vogliamo ampliare la varietà di giochi presenti sulla piattaforma, perché sono i progetti a rappresentare la nostra “vetrina”. Abbiamo già partecipato a fiere di settore come Gamescom e continueremo a muoverci in contesti internazionali per far crescere la nostra rete e aumentare le opportunità di investimento.

Come vedi l’evoluzione del rapporto tra studi indie e grandi publisher?

Secondo me è un rapporto già in parte rotto. Molti studi preferiscono autopubblicarsi perché i contratti proposti dai grandi publisher sono sempre più svantaggiosi. Gli studi lavorano anni su un progetto e rischiano di ottenere poco o nulla, a causa delle condizioni troppo aggressive. Alcuni publisher più piccoli, con una struttura più flessibile, riescono invece ad adattarsi meglio e a collaborare con gli sviluppatori. I grandi, invece, sono rimasti immobili: la loro burocrazia e i tempi lunghi li rendono incapaci di rispondere rapidamente ai cambiamenti di mercato. In un settore che evolve così velocemente, questo è un limite enorme.

 

Giorgio Pirani

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