Michele Sforza: «I videogiochi non sono il problema: conta come e quanto si usano»

di Giorgio Nadali
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Per il direttore del Centro per lo studio e la terapia delle psicopatologie, demonizzare il gaming in sé non serve: ciò che fa la differenza è accompagnare i ragazzi e le ragazze a un uso equilibrato, condivisione in famiglia e alternative sociali concrete.

 

Michele Sforza, Direttore del Centro Ce.S.Te.P. (Centro per lo studio e la terapia delle psicopatologie) di Appiano Gentile (Como) dal 1984, si occupa del trattamento della dipendenza da sostanze e comportamentali. Il servizio operativo del Ce.S.Te.P., da lui fondato, ha riunito e riunisce ancora intorno a sé molte figure professionali allo scopo di sviluppare lo studio e la terapia di una vasta gamma di disturbi psichici e comportamentali. In questa intervista, Sforza invita a superare gli allarmismi sul gaming non competitivo: non è il mezzo in sé a creare problemi, ma l’abuso. Per questo è fondamentale guidare i ragazzi e le ragazze a un rapporto sano con il gioco online, offrendo esempi coerenti, momenti di condivisione e attività alternative che rafforzino relazioni e benessere.

Cosa l’ha portata a occuparsi di prevenzione e trattamento delle dipendenze e qual è la missione del Ce.S.Te.P.?

Mi sono occupato di trattamento e prevenzione delle dipendenze perché, come psichiatra, mi sono trovato di fronte a questo enorme problema e a tante persone che ne soffrivano e, soprattutto, mi sentivo spinto a cercare delle cure efficaci per aiutare queste persone e le loro famiglie. Molti anni fa, infatti, la dipendenza era considerata un vizio o una debolezza del carattere. Col passare degli anni e col progredire delle ricerche nel campo delle neuroscienze, è apparso sempre più evidente che  la dipendenza è una malattia cronica dovuta all’azione delle sostanze che creano dipendenza agendo sul  cervello umano, che da questa azione viene profondamente modificato. Viene in un certo senso “preso  in ostaggio” sia da sostanze psicoattive che da comportamenti compulsivi che alterano le connessioni neuronali e gettano la persona in una spirale distruttiva fino al punto da farle perdere ogni capacità di  controllo. 

Photo: Freepik

La missione del Ce.S.Te.P. è proprio questa: offrire cure efficaci basate su evidenze scientifiche, partendo dagli apporti  delle neuroscienze fino a impostare un  trattamento  complesso, perché complesse sono  le cause di questa malattia. A fronte di questa complessità, le risposte terapeutiche devono essere altrettanto articolate e devono prevedere approcci medici, psichiatrici, psicoterapici, (individuali e di gruppo) e interventi psicosociali.

Il vostro lavoro vi porta a incontrare molti giovani. Quali sono le iniziative più efficaci che avete sperimentato per sensibilizzarli a un uso consapevole del gioco e delle tecnologie?

Se parliamo di gioco e di tecnologie,  la dipendenza non è dovuta a sostanze chimiche ma a comportamenti. Ci sono alcuni comportamenti che possono creare dipendenza, cioè la perdita del controllo volontario del soggetto, esattamente come fanno delle sostanze chimiche come l’alcol, la cocaina, le anfetamine e così via, perché interessano le stesse aree cerebrali delle sostanze chimiche di abuso. Purtroppo, anche se non si tratta di un’intossicazione fisica, i danni non sono meno gravi perché comportano sofferenza in molti aspetti (fisici, psichici e sociali) della vita della persona e della sua famiglia.  Negli ultimi anni sì sono viste sempre più frequentemente dipendenze comportamentali da gioco d’azzardo (gambling), da giochi online (gaming) o da uso compulsivo di cellulari o social. Essendo noi dei clinici, cioè dei terapeuti, solitamente vediamo i giovani quando si trovano nella fase in cui i problemi di dipendenza comportamentale sono già esplosi.  Cioè quando sono già il  processo patologico è evidente. Per fortuna, a volte, riusciamo a vederli quando  non si tratta ancora di una dipendenza vera e propria, ma quando sono ancora nella fase iniziale dell’abuso di sostanze o di comportamenti, prima cioè che si sia manifestata  una dipendenza evidente. 

Photo: RDNE Stock project / Pexels

Anche in queste situazioni iniziali è fondamentale il coinvolgimento delle famiglie: solo creando una squadra che possa sostenere i ragazzi, si può costruire intorno a loro un ambiente terapeutico, fondamentale per evitare che il comportamento vada fuori controllo. E non è un’impresa semplice. Naturalmente, quando ci troviamo di fronte a una dipendenza conclamata, il nostro lavoro è affrontare la patologia con i criteri già descritti: un approccio complesso che integra neuroscienze e approcci psicoterapici, individuali e di gruppo, e interventi psicosociali. Ma anche nelle fasi iniziali il lavoro con la famiglia è essenziale. L’intervento terapeutico e di prevenzione va fatto in modo vasto e prevede il coinvolgimento delle famiglie con incontri dedicati ai genitori per aiutarli a comprendere i rischi che corrono i ragazzi e loro stessi e a costruire con loro strategie di comportamento

Altrettanto importanti sono i programmi che prevedono il coinvolgimento della scuola e di educatori formati. Molto utili sono anche gli inserimenti in attività promosse dal terzo settore, che offrono spazi alternativi di socialità, sport e cultura. I progetti che funzionano meglio sono quelli che non si limitano a un solo ambito ma mettono in rete scuole, famiglie e servizi territoriali. Infatti vediamo che l’efficacia dell’intervento cresce quando i ragazzi vedono la coerenza fra ciò che viene insegnato a scuola, le regole in famiglia e l’attenzione degli operatori. Non mi  soffermo naturalmente sulle attività di prevenzione che spettano all’istituzione pubblica in quanto competenza istituzionale specifica. 

In Italia si parla sempre più di educazione digitale e di benessere psicologico legato al tempo online. Per la sua esperienza a che punto siamo oggi con il supporto delle istituzioni e della sanità pubblica in questo campo?

Negli ultimi anni in Italia si è parlato molto di educazione digitale soprattutto quando è diventato sempre più evidente e pericoloso il tema della sicurezza in rete del cyberbullismo e dell’uso consapevole delle tecnologie. Tuttavia, se guardiamo all’efficacia reale degli interventi, ci troviamo ancora a un livello non particolarmente avanzato. Esistono molte iniziative, ma sono frammentarie non sempre coordinate e spesso concentrate solo su progetti pilota. La scuola è il contesto principale in cui si fa, o si dovrebbe fare, educazione digitale. Gli stessi percorsi di educazione civica digitale sono ancora disomogenei perché alcune scuole sono molto attive mentre altre producono solo iniziative isolate. Le istituzioni pubbliche hanno promosso campagne di sensibilizzazione. L’attenzione istituzionale è cresciuta, ma l’impatto sulla popolazione giovanile resta limitato. 

Photo: Aflo Images / Canva

Ci può raccontare qualche esperienza concreta che vi ha dato fiducia sul cambiamento possibile?

La prevenzione non può essere affidata a un solo attore: scuole, associazioni e famiglie hanno un ruolo decisivo solo se questo ruolo è complementare. La scuola potrebbe essere un luogo privilegiato per  intercettare i segnali di disagio, le associazioni e le comunità offrono spazi alternativi di socialità, ma la famiglia resta il nucleo fondamentale per sostenere ed educare i ragazzi e le ragazze nella crescita. Dal punto di vista clinico, il cambiamento diventa possibile quando queste realtà collaborano.  Ricordo l’esperienza di un giovane che seguivo in terapia: la svolta avvenne quando un’insegnante notò il comportamento sofferente e preoccupato di questo suo studente e si pose in ascolto.  Quel piccolo (grande) gesto  permise al ragazzo di esporre il suo problema e questo, a sua volta, potè tradursi in un percorso di aiuto. Questo dimostra che la prevenzione non si fa solo con grandi progetti, ma con una rete di relazioni autentiche e coerenti che motivano verso percorsi positivi.

Molti genitori si chiedono come accompagnare i figli e le figlie nel rapporto con i videogiochi e il tempo digitale. Quali consigli pratici si sente di dare alle famiglie che vogliono favorire un equilibrio sano?

Non sempre i genitori riescono ad intercettare le difficoltà dei figli perché anch’essi spesso si trovano, a loro volta, in difficoltà per via di contesti di vita e relazionali non facili. Non sono tuttavia pochi i genitori che si chiedono come accompagnare i figli nel rapporto con i videogiochi e il tempo digitale. Spesso sono preoccupati perché i videogiochi da più parte vengono demonizzati. In realtà il digitale e i videogiochi hanno una grande parte nel mondo dei ragazzi e delle ragazze. Addirittura alcune ricerche hanno mostrato che i videogiochi, se usati correttamente,  hanno anche effetti positivi in quanto stimolano  funzioni cognitive e capacità di ragionamento e programmazione. Pertanto il problema non è il mezzo in sé ma la qualità e la quantità dell’uso. Una visione meno spaventata e più equilibrata può favorire il rapporto fra genitori e figli e permettere di affrontare il problema senza ricorrere esclusivamente a conflitti e divieti, ma condividendo  esperienze all’interno della famiglia.

Photo: VAZHNIK / Canva

In questo modo i genitori possono avere un ruolo decisivo nel guidare i figli all’uso di smartphone, social e device digitali, creando un clima educativo coerente. A questo fine è importante essere dei modelli credibili perché per i giovani più che le parole contano gli esempi. Se già i genitori usano lo smartphone a tavola o controllano i social in continuazione o passano ore davanti allo schermo, sarà difficile convincere i ragazzi  a comportarsi diversamente. Un aiuto importante viene quando si riesce a stabilire dei momenti in cui la tecnologia è messa da parte e si dà più importanza ai rapporti personali (pasti, serate in famiglia, comunicazioni). 

È anche importante poter condividere con i figli alcune esperienze, magari giocando insieme, esplorando i social con loro, o, addirittura, chiedendo spiegazioni sulle app che usano. Questo può aiutare i genitori a capire il linguaggio del mondo in cui vivono i loro figli e capire rischi e opportunità di quel mondo. Un’altra considerazione è quella di poter fornire ai figli delle alternative concrete e gratificanti mettendo al primo posto attività sportive, lavori per la comunità, relazioni con gli altri. Tutto questo non si fa in un solo momento, ma è qualcosa che copre un arco temporale molto ampio. Si fa fin da quando i figli sono piccoli. La gestione del telefonino o dei videogiochi non è solo una questione di tecnica, di limiti o di regole, ma rientra in uno stile di vita. È per questo che l’esempio dei genitori diventa fondamentale. I ragazzi si formano all’interno di modalità comunicative e socializzanti che plasmano nel tempo il loro modo di rapportarsi con gli altri e con se stessi. Queste modalità si costruiscono sia in famiglia che fuori, ma la famiglia ha un vantaggio decisivo: può iniziare molto precocemente modellando attraverso l’esempio la personalità in formazione dei figli. Lo stesso avviene in altri ambiti che i ragazzi frequentano: la scuola o altri spazi sociali. Anche in questo caso è importante che ci siano esempi virtuosi cioè delle modalità sane di rapporti sociali. Anche a scuola l’esempio di insegnanti, ma anche di tutto il personale educativo adulto è fondamentale non solo nell’uso dei device e del tempo digitale,  ma anche nella qualità della comunicazione. I ragazzi non hanno bisogno di messaggi superficiali o banali, crescono bene se respirano un ambiente fatto di relazioni significative, autentiche e coerenti.

Giorgio Nadali

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