Uno studio dell’Università di Kyoto ha analizzato il supporto genitoriale su 22 giocatori e giocatrici. I risultati sorprendono: chi è già pro ha ricevuto meno incoraggiamento emotivo di chi ancora ci prova.
Gli esports non sono più un fenomeno di nicchia. Secondo l’analisi di “Research and Market”, il mercato globale ha superato 1,97 miliardi di dollari nel 2023 e si prevede che raggiunga i 5,18 miliardi entro il 2029. Tornei internazionali, contratti milionari, sponsor globali: tutto questo ha trasformato il gaming competitivo in una professione vera e propria.
Eppure, per chi vuole intraprendere questa strada, le sfide restano enormi. Le carriere da esports player iniziano presto e spesso si concludono prematuramente. A questo si aggiunge un problema di riconoscimento sociale: molti vengono ancora percepiti semplicemente come “gamer”, senza che il loro percorso sia considerato paragonabile a quello di uno sportivo tradizionale. In questo contesto, chi sostiene davvero i giovani talenti? Uno studio pubblicato sull’”International Journal of Esports” di Tomoki Aoyama, Kyoma Tanigawa, Takeshi Inui, Masaki Takito, Momoko Nagai-Tanima della School of Human Health Sciences dell’Università di Kyoto prova a rispondere.

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Lo studio
I ricercatori hanno coinvolto 22 giocatori e giocatrici giapponesi divisi in due gruppi: 13 professionisti già tesserati con team (PPG, Professional Player Group) e 9 aspiranti tali (APG, Aspirant Professional Group). Analizzando l’età, i pro erano in media più grandi, con un’età media di 23,69 anni contro i 18,44 degli aspiranti, e anche le loro madri risultavano mediamente più anziane. La maggior parte dei partecipanti era di sesso maschile (11 uomini e 2 donne nel PPG, 8 uomini e 1 donna nell’APG), con anni di esperienza competitiva che andavano dai 4,57 medi dei pro ai 2,56 degli aspiranti. I titoli più rappresentati erano Valorant e Apex Legends in entrambi i gruppi, seguiti da League of Legends tra gli aspiranti.
A tutti loro è stato sottoposto un questionario validato internazionalmente, la Career-Related Parent Support Scale (CRPSS). Lo strumento è composto da 27 affermazioni suddivise in quattro aree, ognuna valutata su una scala Likert a 5 punti — dove 1 significa «fortemente in disaccordo» e 5 «fortemente d’accordo». Nello specifico, la scala misura l’assistenza strumentale legata alle opportunità pratiche di apprendimento per la carriera, i modelli di carriera intesi come la capacità del genitore di proporsi come esempio lavorativo, l’incoraggiamento verbale espresso attraverso parole di supporto e, infine, il supporto emotivo, ovvero la comprensione delle preoccupazioni e dei timori sul futuro.
Accanto a questi valori, i ricercatori hanno calcolato anche l’indice D di Cohen, una misura della grandezza reale della differenza tra i due gruppi, indipendentemente dalla dimensione del campione. Per convenzione, un indice d di Cohen intorno a 0,2 indica un effetto piccolo, 0,5 medio, 0,8 o superiore un effetto grande.
La scoperta
A prima vista, i punteggi totali dei due gruppi non mostrano differenze statisticamente significative, con D di Cohen pari a 0,58. Ma analizzando le domande nel dettaglio, emerge che i player professionisti hanno ricevuto significativamente meno supporto emotivo e verbale rispetto agli aspiranti.
Alla domanda “I miei genitori mi incoraggiano a imparare il più possibile”, i pro segnano in media 2,92 su 5, contro il 4,44 degli aspiranti. Sul fronte del supporto emotivo, alla voce “I miei genitori parlano con me delle mie preoccupazioni sul futuro”, il divario è ancora netto: 2,69 per i professionisti, 4,11 per chi aspira a diventare professionista. Nessuna differenza rilevante, invece, nelle domande sull’accesso ad attività formative o il genitore come modello lavorativo.

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Perché i pro hanno ricevuto meno supporto?
Gli autori propongono due spiegazioni sul perché i player professionisti hanno ricevuto meno supporto. La prima riguarda l’evoluzione del riconoscimento sociale degli esports. I genitori degli attuali professionisti hanno cresciuto i propri figli in un’epoca in cui il gaming competitivo era visto come un hobby, non come una carriera. Ma con la crescita del mercato e un numero di player che aumenta ogni anno, i genitori degli aspiranti di oggi «crescono i figli in un contesto in cui gli esports sono già una realtà professionale consolidata», spiega l’analisi.
La seconda spiegazione tocca il concetto di auto-efficacia, cioè la fiducia nelle proprie capacità. I sistemi di ranking presenti nella maggior parte dei titoli competitivi (da Iron a Challenger in League of Legends, da Herald a Immortal in Dota 2) permettono di misurare i propri progressi in modo concreto e oggettivo. Le community online, poi, connettono aspiranti e professionisti come mai prima d’ora, offrendo quella che in psicologia si chiama “esperienza vissuta indirettamente”, ovvero imparare osservando chi ce l’ha fatta. Lo studio afferma: «Anche senza un adeguato supporto genitoriale, i giocatori di esports potrebbero essere stati in grado di sviluppare la propria auto-efficacia attraverso l’acquisizione di competenze e il coinvolgimento nella comunità, arrivando infine a intraprendere una carriera da player professionisti».
Il problema del “supporto concreto”
C’è però un’altra lettura dei dati. Se i genitori degli aspiranti player danno tanto calore emotivo, «spesso non sanno come tradurlo in supporto concreto». Che il coinvolgimento dei genitori nel supportare la carriera dei propri figli è riconosciuto come efficace da moltissimi studi, ma nel mondo esports, «questo non è sempre vero». Oltre al supporto familiare, lo studio cita realtà come l’Esports Player Foundation, un’associazione che aiuta i talenti dell’esports accompagnandoli nella loro crescita, che possono essere fondamentali nella crescita dei player che vogliono sfondare nel mondo dell’esports.
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