VR Club: «Oggi la vera sfida è trasformare la realtà virtuale in un’esperienza comune»

di Giorgio Pirani
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Con oltre 20 sale distribuite su tutto il territorio nazionale, VR Club è il più grande network di realtà virtuale in Italia. Un’azienda giovane, con tante idee e voglia di espandersi guardando anche al mercato estero, come spiega il cofondatore Gianluigi Colombo.

 

Era iniziato tutto come un gioco, ma alla fine dopo tre anni è diventata una realtà consolidata nel nostro Paese. È il VR Club, la catena di negozi che offre esperienze immersive usando i visori di realtà virtuale (VR), trasportando la persona in ambienti immaginari come combattimenti contro orde di zombie, mondi magici. Ma non solo: questi spazi sono anche adibiti a laser game ed escape room virtuali. Ce ne ha parlato Gianluigi Colombo, co-ideatore del progetto, raccontandoci anche i piani futuri dell’azienda e i loro punti di forza.

Come è nato il progetto e cosa l’ha ispirata a lanciarsi in questo settore?

VR Club nasce tra quattro amici: io, mio fratello e due nostri amici di Campobasso che sono Giuseppe Rocco e Valerio di Bona. Tutto è nato da uno scherzo, nel senso che noi quattro facevamo già eventi tramite soft air e laser game, e quando siamo venuti a contatto con la realtà virtuale abbiamo iniziato a pensare cosa potessimo fare con questa. Quindi per gioco ci siamo detti: «Ragazzi, apriamo una prima sala, vediamo che succede». Questo accadeva il 10 settembre di tre anni fa, con l’apertura del primo spazio a Cerro Maggiore (Milano).

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Gianluigi Colombo

Il format è piaciuto e siamo riusciti a prenderci una nicchia di mercato. Ad oggi, abbiamo 24 sale in tutta Italia, di cui 8 di nostra proprietà e 15 in franchising, tutto questo in tre anni. Inoltre abbiamo 40 dipendenti e l’età media è molto giovane, sui 23 anni: lavorano con noi, infatti, ragazzi dai 19 fino ai 32 anni. Questo perché fondamentalmente parliamo ai giovani e alle famiglie, quindi chi viene da noi deve trovare un compagno o compagna di avventura.

E per il pubblico over 40, quindi quello non nativo digitale?

Bisogna considerare che noi abbiamo tre grandi tipologie di clienti: la prima è quella delle famiglie. Da mezzogiorno alle 18-19 di sera noi abbiamo persone con figli o nonni e nipoti, anche perchè offriamo delle promozioni speciali appunto per loro. Il secondo è quello che va dalle ore 19 alle ore 24, fatto di giovani dai 18 ai 35 anni che più o meno conoscono la realtà virtuale. Infine c’è il target degli over 40, che per team building o perché sono a cena con amici passano all’interno del centro commerciale, dove ci troviamo, e vogliono fare qualcosa di particolare. Se dovessi pensare a una percentuale, direi un 50% famiglie, un 35% giovani e un 15% over 40, quindi occupano comunque una fetta importante.

Oltre alla realtà virtuale in negozio, quali format avete sviluppato?

Ne abbiamo inventato uno che riguarda il lasergame e la realtà virtuale a domicilio, quindi abbiamo iniziato a fare feste di compleanno e eventi privati a casa delle persone. In pratica è il classico laser game ma all’interno di gonfiabili, quindi smontabili e rimontabili a piacimento, che sono dei labirinti dove poter giocare e divertirsi.

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Sala di Cerro Maggiore (Milano)

Poi ci stiamo aprendo alle fiere comics and games, ad oggi ne facciamo più di 180 in tutta Italia e partecipiamo a quelle più importanti: siamo dei partner ormai consolidati della Milano Games Week, Lucca Comics, Romics di Roma, Napoli Comics e molte altre.

Quali tecnologie utilizzate nelle arene? Quali hardware e esperienze avanzate offrite?

Noi abbiamo creato un’esperienza che ha tre grandi vantaggi: il primo è che non siamo legati a un hardware specifico perché abbiamo dei sistemi che girano su vari marchi di visori come MetaQuest, Pico o HTC. Tutto questo è merito di Valerio di Bona, tecnico e socio. E questa tecnologia siamo anche in grado di farla funzionare all’aperto, ecco perché siamo nelle fiere e possiamo fare eventi anche a casa delle persone.

Il secondo vantaggio lo ha portato l’altro socio Giuseppe Rocco, che ha creato un’immersività all’interno delle nostre sale a livello multisensoriale: prima che la persona utilizzi il visore vengono proiettati video, viene fatta ascoltare musica e attivate ventole del freddo e del caldo, tutte cose che fanno entrare la persona nel mondo che scelto di partecipare, che può essere un evento zombie o l’ultimo giorno a Pompei. Uscito da questo si viene immersi con i visori nella vera e propria realtà virtuale.

Ecco, questa idea di Giuseppe ci porta ad avere una grande immersività e a creare un’esperienza a tutti i livelli per i nostri clienti che poi li fa tornare. Il terzo e ultimo invece è di mia competenza ed è lo spazio dove noi andiamo ad ubicare le nostre sale. Tendenzialmente sono sempre spazi commerciali ad alta pedonabilità, quindi c’è una grande ricerca sul mercato e siamo in grado di adattarci allo spazio che ci viene proposto.

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Visori all’interno della sala di Cerro Maggiore (Milano)

Come vedi l’evoluzione della realtà virtuale nei prossimi 5 anni?

La realtà virtuale ha raggiunto un livello di tecnologia non ancora al massimo perché i visori sono ingombranti e tecnologicamente buoni, ma non avanzatissimi, quindi assisteremo sicuramente a un upgrade dell’hardware nei prossimi anni. Più che tra 5 anni, bisognerebbe guardare ai 20 anni, quando la realtà virtuale sarà veramente una parte integrata grazie all’intelligenza artificiale. Penso arriveremo in un punto in cui i visori si fonderanno con strumentazioni simili agli occhiali “Glass” di Meta, quindi portarci a visitare, leggere, guardare quello che vogliamo in qualunque punto noi siamo nel nostro spazio. La vera sfida della realtà virtuale oggi è trasformarla in oggetto più comune, ma ci vorrà probabilmente ancora una decina d’anni.

Quali sono le principali difficoltà che hai incontrato nel portare avanti un progetto così in Italia?

La burocrazia. Bisogna considerare che noi siamo presenti in Comuni, anche molto grandi, che ancora oggi non sanno bene cosa facciamo, quindi non hanno una categoria dove inserirci e di conseguenza non ci danno i permessi per aprire. Quindi magari la sala è aperta ma non abbiamo l’ok del Comune specifico. Il fatto è che non c’è idea su come catalogarci:  ci dicono «voi siete una sala giochi», ma da noi nessuno paga un gettone e lo mette nella macchinette. Il codice Ateco lo Stato italiano ce l’ha dato a febbraio 2025.

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Visori all’interno della sala di Cerro Maggiore (Milano)

Oltre alla burocrazia c’è la reperibilità di fondi. Noi siamo altamente sostenibili ma è un progetto questo in cui non si crede, quindi stiamo seriamente pensando che per fare il famoso salto dovremmo cercare un/una business angel (cioè un soggetto privato che apporta capitali in un’impresa in cambio di capitale di rischio della stessa, diventandone socio), perché il circuito creditizio italiano classico non ci capisce ancora. 

Quali sono i prossimi passi per il VR Club?

Vogliamo completare l’apertura nelle città più grandi d’Italia, ci siamo posti come obiettivo il 2026, quando chiuderemo questo cerchio. Dopodiché stiamo guardando all’estero. Abbiamo già iniziato dei contatti con alcuni partner e l’idea è quella di entrare nel mercato tedesco e spagnolo.

 

Giorgio Pirani

Photo cover: interni della sala di Cerro Maggiore (Milano)

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